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PARTE PRIMA - Gli inizi e il periodo della guerra

1. DAL 1938 AL 1972

Gli inizi
Nascita della parrocchia di San Carlo e costruzione della Chiesa, della Sacrestia e della Casa Canonica.
Nell’autunno inoltrato del 1938 un gruppo di persone, una ventina, guidato da don Giuseppe Mistrello, inviato del Vescovo Mons. Carlo Agostini, si trova nella abitazione del Prof. Antonio Maniero, arcellano d’antica famiglia, per fissare le basi per la fondazione della nuova parrocchia di San Carlo Borromeo. Quando escono da questo incontro vedono la prima neve che interpretano come “una sensibile e immacolata conferma mandata dal cielo”.
Le motivazioni della nascita di questa nuova parrocchia stanno nell’improvviso e crescente aumento demografico della zona finora affidata all’unica parrocchia di S. Antonio dell’Arcella, assicurando così un’assistenza spirituale adeguata agli abitanti della zona. 
In quello stesso anno, in visita alla “case minime”, sovrappopolate da famiglie ridotte alla miseria materiale e spirituale, Il Vescovo assicurava: “Voi mi chiedete un pane atto a saziare il corpo: ebbene, io vi prometto che vi darò anche un altro Pane benefico alle anime”.
L’acquisto del terreno la progettazione e la costruzione della nuova chiesa viene sostenuta integralmente dal Vescovo, S. Ecc. Mons. Carlo Agostini. Egli affida all’Arch. Lorenzo Faccioli la progettazione e direzione della costruzione mentre sarà la ditta “Ferraro” a realizzare le opere.
Non c’erano strade di accesso pertanto fu eroico il lavoro per provvedere al trasporto del materiale edile attraverso viuzze di fortuna, incerte e fangose.
Compiuto il lavoro di muratura, si aggiunsero subito numerosi lavori di completamento e rifinitura interna: intonaco, tinteggiatura in calce delle pareti, costruzione del pavimento sopraelevato di un metro dai campi circostanti.
“Rapidamente sorse il bel tempio che ora ammiriamo e benediciamo e che spiccò in mezzo al verde dei campi, con la sua mole in stile del più sereno rinascimento e di interno grandiosità romana”.
Contemporaneamente sorsero la Casa Canonica e la Sacrestia con un’ampia sala soprastante che sarà l’unico ritrovo parrocchiale per lunghi anni.

don Egidio Bertollo

Ai primi di Ottobre del 1940, mentre è cappellano ad Este - Santa Tecla, don Egidio Bertollo, sacerdote di 29 anni, viene invitato a presentarsi in Curia. Il Vescovo Mons. C. Agostini, ricevendolo gli dice: “In novembre sarai delegato vescovile della nuova parrocchia di San Carlo, composta per la quasi totalità di operai e contadini, senza contare gli sfrattati che non sono pochi. Ti consegno le mura e il tetto di una chiesa ampia e solenne come una cattedrale. Il resto devi farlo tu anche se i tuoi parrocchiani sono poverissimi. Sono certo che ci riuscirai. Tu sei il mio conterraneo: S. Martino di Lupari è contiguo a Tombolo; e chi nasce in quella zona sa come muoversi nelle situazioni economiche più precarie. La Divina Provvidenza e San Carlo ti siano propizi”.
Don Egidio avrebbe risposto: “Eccellenza, Lei è il mio generale, e niente è più bello per un soldato di andare dove il generale vuole. La ringrazio della stima e dell’onore.
Così inizia l’avventura di Don Egidio nella nuova parrocchia di San Carlo che si concluderà con la morte avvenuta dopo 32 anni di servizio.
Il 28 gennaio o il 25 maggio 1941 viene nominato parroco ma solo il 27 giugno 1943, per opera di Mons. G. Pretto, fa l’ingresso solenne e l’immissione in possesso.

 

 

 

 

 

2. 10 NOVEMBRE 1940

Inaugurazione della chiesa
Nell’anno in cui l'ltalia aveva dichiarato guerra all'America, all'Inghilterra e alla Francia e già si faceva sentire l'effetto delle sanzioni che 51 stati d'Europa avevano decretato contro noi italiani, alleati alla Germania nazista, in questo clima di spaventosa incertezza nasceva la nuova parrocchia di S. Carlo.
Era la domenica 10 novembre 1940, una giornata autunnale triste e nebbiosa, ma non per noi della zona di S. Carlo, che si viveva un clima di grande e gioiosa attesa per l'inaugurazione della nostra nuova Chiesa, progettata dall'arch. Lorenzo Faccioli.
Nel pomeriggio, verso le ore 15, arrivo il nostro vescovo, mons. Carlo Agostini, costruttore della nuova chiesa, accompagnato da mons. De Zanche, che era stato rettore del Seminario di Padova ed ora novello vescovo di Montefeltro; i prelati vennero accolti da una folla plaudente. Erano i nuovi i parrocchiani i di S. Carlo e molti altri, venuti dall’Arcella con il parroco Padre Bressan; partecipava anche una folta schiera di autorità civili e religiose intervenute per assistere al grande avvenimento.
Faceva gli onori di casa il nuovo Parroco don Egidio Bertollo, 29 anni, proveniente dal duomo di Este, dove era stato cappellano per cinque anni.
Il sagrato e la chiesa erano strapieni di folla; a stento il corteo religioso, che accompagnava il Vescovo, poté raggiungere l'altare, piccolo e disadorno, che si perdeva nell'immensità del presbiterio.
Nel più religioso silenzio dei fedeli, con la preghiera di rito, il vescovo diede inizio alla cerimonia della benedizione.
Salì quindi sul grande pulpito (sulla colonna di sinistra rispetto a chi guarda verso il presbiterio), che ora non c'è più, e rivolto alla folla sterminata, che riempiva chiesa e piazzale, commosso e contento, con tutta l'effusione del suo cuore di padre e pastore, pronunciò un travolgente discorso (senza alcun sistema di amplificazione): incitava a dar vita con grande fervore alla nuova parrocchia, a stare uniti al giovane parroco in tutte le sue iniziative, condividendone le preoccupazioni, in modo da diventare presto una vera e grande famiglia, dove Cristo potesse regnare sovrano, dando onore a memoria del nostro grande patrono, S. Carlo Borromeo.
Una grande ovazione salutò le ultime parole del Vescovo che concludeva l'indimenticabile cerimonia. Tutti ci si accingeva ad uscire di Chiesa per salutarlo e ringraziarlo del grande dono che ci aveva fatto.
Ad un certo punto si aprì il finestrone della grande loggia della facciata della Chiesa ed ecco che, accompagnato dal nuovo parroco, ci apparve il vescovo, solenne negli abiti episcopali: gioioso e sorridente allargava le braccia in ampi gesti di saluto e di benedizione e guardava commosso tutta quella folla, che arrivava fino a via Tiziano Aspetti.
Il suo grazie il popolo di S. Carlo lo manifestò con possenti "Evviva!" e festoso sventolio di fazzoletti, mentre il vescovo, con la sua benedizione, chiudeva l'indimenticabile giornata. Aveva così dato il via alla nuova e promettente vita della nostra cara e amata parrocchia di S. Carlo: e prima di lasciarci consegnò al parroco, come suo dono, una preziosa reliquia di S. Carlo, quale segno del suo particolare affetto per noi e come perenne ricordo dello storico avvenimento vissuto in quel giorno.
Già calavano le prime ombre della sera mentre ce ne tornavamo alle nostre case, contenti di cominciare una nuova vita nella grande, bella e giovane famiglia di S. Carlo.
In mezzo al verde della campagna, che tutta la circondava, la nostra Chiesa si presentava bellissima e monumentale sembrava quasi una cattedrale. Il vescovo, mons. Carlo Agostini, l'aveva voluta così in omaggio al suo grande patrono per il quale nutriva ammirazione e devozione. Aveva anche previsto, con lungimiranza di grande pastore quello che in futuro sarebbe diventata la parrocchia di S. Carlo per il grande sviluppo della nostra zona: oggi, dopo 50 anni, possiamo affermare che il vescovo fu un vero profeta, poiché S. Carlo è diventata una delle più grandi e popolate parrocchie della diocesi di Padova, costretta nel corso degli anni a smembrarsi più volte, dando vita ad altre parrocchie, come S. Gregorio Barbarigo, S. Bellino, Buon Pastore, Cristo Risorto, S. Filippo Neri.
Però, se vista da fuori appariva bellissima, nell'interno era tutta un'altra cosa; bella sì, maestosa anche, ma vuota, fredda, spoglia e mancante di tutto.
Un piccolo altare di legno ornato alla meglio con qualche candela donata in prestito: questo era tutto l'addobbo dell'immenso presbiterio che, come tutta la chiesa, aveva il pavimento ancora fresco di gettata. Alcuni vecchi banchi, così come qualche paramento, rovinato dal tempo e quanto altro occorreva per celebrare la S. Messa giornaliera, li ottenemmo solo grazie alla chiesetta di Ca' Magno. Dalla stessa chiesetta abbiamo ereditato anche un bellissimo e antico Crocefisso in legno, che era da sempre molto venerato: venne intronizzato nella sacrestia fin dal primo giorno. Tutta l'illuminazione della chiesa era costituita da quattro misere lampadine e l'unica protezione era garantita dalle bellissime porte di ferro, che però, in inverno lasciavano passare tutto il freddo. Non vi era neanche una sedia: tutti, piccoli e grandi dovevano rimanere in piedi. L'arciprete della cattedrale, mons. Schievano, che aveva avuto don Egidio come suo cappellano mentre era arciprete abate mitrato ad Este, mosso a compassione da tanta povertà e spinto dall'amicizia che lo legava a don Egidio, prestò alla Chiesa alcune cose di prima necessità: qualche vecchio candelabro, un ostensorio, un turibolo con navicella e un secchiello per l'acqua santa, qualche vecchio drappo rosso per i matrimoni e altrettanto in nero per i funerali. Ricorderò sempre quella sera in cui, durante la mia consueta visita alla Chiesa, prima di tornarmene a casa dal lavoro, don Egidio mi invitò in canonica e lì, in un angolo, vidi tutto quel ben di Dio: per noi era veramente tale. Con tante raccomandazioni mi diede in consegna il tutto, che avrebbe dovuto consentire il regolare funzionamento della nostra neonata parrocchia.
Il viale della chiesa consisteva ancora in un piccolo viottolo ricavato in mezzo ai campi di grano, perciò si arrivava in chiesa quasi sempre malconci, specialmente quando pioveva, e quelli di via Tiziano Vecellio dovevano fare il giro per via Tiziano Aspetti, poiché mancavano altri sbocchi.
Venire in chiesa a S. Carlo costituiva per molti un gesto eroico; altri, e non erano pochi, dopo le prime esperienze negative continuavano a frequentare l'Arcella, in quanto era più comoda e più invitante con le sue tradizioni, specialmente quando le sue otto campane suonavano a festa: richiamo potente che portavamo ancora tutti nel cuore.
Il nuovo parroco di questo soffriva molto e con tutta la passione e lo slancio della sua giovane età studiava nuove iniziative per eliminare tali inconvenienti. A poco a poco la maggioranza cominciò a frequentare la nostra parrocchia di S. Carlo, anche se meno attraente e più povera, poiché avevano capito che questa era la nostra nuova famiglia e poiché erano attratti anche dal grande fervore di opere, che il nuovo parroco si accingeva a compiere col consenso e l'entusiasmo di tutti.



3. LAVORI SUCCESSIVI

Il viale della chiesa

Fu la prima e più necessaria opera da portare a compimento per facilitare i parrocchiani, specialmente quando era brutto tempo, perché potessero agevolmente raggiungere e frequentare la loro Chiesa. Il nuovo parroco, con la sua dinamicità e la sua formidabile opera di persuasione, riuscì a organizzare tante brave persone che con svariati mezzi di trasporto, come camion o, se contadini, con carri trainati da cavalli e altri animali, facevano confluire sul luogo, prelevate dal fiume Brenta, grandi quantità di ghiaia, sabbia e quanto altro occorreva per realizzare un viale degno della chiesa. A poco a poco il viale divenne sempre più bello e solenne, così come possiamo ammirarlo adesso dopo 50 anni. Il merito va al sacrificio di tanta povera e brava gente, che in quei primissimi anni offriva gratuitamente il suo aiuto perché la grande opera fosse presto realizzata; e lo fu, con grande riconoscenza e ammirazione del parroco e di tutta la parrocchia.

 

 

 

 

 

Le campane

La nuova chiesa aveva avuto in dotazione dal vescovo due campanelle, troppo piccole perché la loro voce potesse essere udita in una parrocchia di così grandi proporzioni: don Egidio, sempre di larghe vedute, fece costruire un grande impianto con 6 grossi altoparlanti, situati lungo il perimetro esterno della cupola della chiesa e comandati dalla sacrestia, che cominciarono a diffondere concerti delle più celebri campane d'Italia; il loro suono melodioso arrivava fino ai paesi vicini.

Questo impianto in quegli anni fu il primo del genere, e riuscì a destare grande gioia in tutti i parrocchiani, che anche in questo modo si sentivano sempre più non solo invitati, ma anche coinvolti a frequentare la propria chiesa, soprattutto in certe solennità: quelle della Madonna in particolare, quando, oltre alle campane si suonavano inni sacri popolari, che avevano un richiamo e un fascino al quale pochi sapevano resistere. Così, alle nostre manifestazioni, la chiesa, pur grande, era sempre piena; né adulti né piccoli pensavano più ad andare in altre parrocchie, vedendo come ci eravamo bene organizzati e sentendo il grande entusiasmo che ci animava tutti nel portare avanti le iniziative sorte per fare della parrocchia una grande famiglia. 

 

L'altare maggiore

Ideato dall'arch. ing. Brunetta, fu una delle prime grandi opere, la cui mancanza era molto sentita; la sua costruzione si faceva tanto desiderata, per abbellire il nostro spoglio e grande presbiterio.
Don Egidio voleva che tutte le celebrazioni liturgiche si svolgessero con grande dignità: nonostante i moltissimi impegni finanziari, con l'aiuto della Provvidenza e grazie all'interessamento di tutta la parrocchia, l'altare fu portato a compimento a tempo di record, tanto che nel maggio del 1942 poté essere inaugurato e benedetto dal vescovo. Ricordo che quel pomeriggio cadeva una fitta pioggia, ma la chiesa si era riempita lo stesso. Il presule celebrò i Vespri pontificali, tenendo un paterno e commosso discorso di plauso per il parroco e la comunità intera, che in così breve tempo avevano realizzato un'opera grandiosa. Ci incitò con fervore a continuare il cammino così coraggiosamente intrapreso.
Il Brunetta dotò di 14 scalini di legno dorato l'altare, che si ergeva monumentale e solenne sul grandioso presbiterio lastricato di marmi preziosi; il vescovo stesso ebbe a definirlo «degno di una cattedrale».
Una massiccia balaustra per la Comunione, composta di marmi e cristalli pregiati, coronava magnificamente tutto l'insieme, dandoci l'impressione di trovarci in una grande basilica.
L'esposizione del SS.mo e gli altri momenti della memorabile funzione furono animati da canti, preparati con cura da tutte le associazioni, unite insieme sotto la direzione del parroco, che sapeva coinvolgerci tutti in modo meraviglioso; ne uscì un coro,che saliva alto a glorificare e ringraziare Dio del fausto avvenimento.
Mi tornava In mente il piccolo e modesto altare in legno, che per trono aveva due mattoni coperti da un drappo bianco, e mentre allora mi si era stretto il cuore per tanta povertà, adesso mi sentivo rapito dalla gioia.
L'altare si presentava ornato di fiori bianchi e coperto da una tovaglia bellissima, dono delle donne di Azione Cattolica; al centro risaltava il prezioso e aureo tabernacolo, per realizzare il quale tanti parrocchiani si erano separati volentieri da qualche ricordo:ne era risultata così una vera reggia per il SS.mo Sacramento.
Ci fu poi una vera e propria gara per tenere l'altare pulito. La Confraternita del SS.mo si assunse il compito di non far mai spegnere le 4 lampade che ardevano giorno e notte; a quel tempi i lumi di quel genere funzionavano ad olio d'oliva e questo creò non poche difficoltà, che però il priore, sig. Giuseppe Donà, riuscì a superare con una diligenza degna di lui, uomo di grande fede che sapeva trasmettere anche agli altri.
Al sabato ci si organizzava e si andava per i giardini della parrocchia a raccogliere i fiori, sicché ogni domenica sembrava una solennità.


Altre novità
In breve tempo la nostra chiesa, che mancava di tutto, venne arricchita delle porte laterali in legno e della bussola della porta centrale, dono di una parrocchiana. Furono allestiti altri due confessionali, uguali a quello che ci aveva donato il vescovo assieme al battistero, quando ci aveva consegnato la chiesa. Comparve anche un piccolo altare con l'immagine della Madonna col Bambino in gesso bianco, alla quale ci affezionammo molto presto, invocandola con grande fede e tenendo con cura il suo altare. specialmente nelle grandi feste mariane, nelle novene e nel mese di maggio.


Il pavimento
Don Egidio fece rivestire e pavimentare in marmo tutta la base della chiesa; commissionò ad un celebre scultore le nuove statue della Madonna e di S. Antonio, offerte dalla signora Peghin e dal signor Roverato, il quale fece in seguito dono anche del grande affresco di S. Carlo in gloria the si trova dietro l'altare maggiore, opera del prof. Licini.
Le statue della Madonna e di S.Antonio
Furono commissionate ad una celebre ditta della Val Gardena. Appena pronte, furono imballate in due grandi cassoni, ma non poterono essere accolte subito in parrocchia, perché non vi erano ancora gli altari e per la paura dei bombardamenti. Così mons. Schievano, arciprete della cattedrale di Padova e grande amico di don Egidio, le accolse provvisoriamente in duomo, deponendole dietro l'altare di S. Antonio, finche non fossero pronti anche gli altari che dovevano ospitarle. Anche al duomo le statue corsero un serio pericolo, perché durante un bombardamento notturno sulla città l'edificio fu seriamente danneggiato dalle bombe, che distrussero quasi tutta la facciata e parte dell'interno. Le nostre statue furono salvate da tanta rovina solo per miracolo: se potessero parlare!



4. IL PERIODO DELLA GUERRA E LA RICOSTRUZIONE

Data la vicinanza della parrocchia alla stazione ferroviaria di Padova molte furono le incursioni aeree che portarono distruzione e morte anche nella nostra parrocchia. Il primo bombardamento del 16 dicembre 1943, ore 13,00, procurò numerose vittime e una bomba cadde anche nel piazzale della chiesa distruggendo le vetrate, dissestando il tetto della chiesa e creando danni alla canonica. Altri ne seguirono con ulteriori danni e vittime specialmente nelle vie T. Aspetti, T. Vecellio, Strade del Giglio e Morandi.
Il 15 novembre 1944 Don Egidio viene arrestato dai tedeschi con l’accusa di aver ospitato persone sospettate. Dopo dieci giorni di carcere, in modo quasi miracoloso, grazie all’intervento del Vescovo di Treviso Mons, Mantiero, venne fatta grazia della vita e liberato.
Dopo la liberazione  avvenuta il 28 aprile 1945 con le ultime due vittime, inizia il ritorno del 60% delle famiglie che erano sfollate e la ricostruzione di quanto era stato distrutto.

Un'officina e nuovi laboratori
Per proteggere i giovani della parrocchia dalla caccia ai renitenti alla leva militare, don Egidio crea un piccolo artigianato in una officina che realizza accanto alla canonica. Ottenendo delle limitate commissioni di lavoro, riesce ad esonerare dalla leva molti giovani. Alcuni di questi giovani diventano, nel dopoguerra, veri e propri artigiani, e, allargando l’officina, realizzando una lunga struttura sul lato nord del campo sportivo, vi procura commissioni di lavoro dalle vicine industrie della Sangati e Golfetto.


Scuola Materna
L’opera che stava particolarmente a cuore a don Egidio era la Scuola Materna, prevedendo quanto importante sarebbe diventato nell'educazione delle generazioni di bambini a S. Carlo. Il grande ingegno del parroco, il suo fervore nel portare a compimento tante opere e la sua grande buona volontà dovettero fare i conti anche col clima di guerra che si stava vivendo, mentre si avvicinava una data decisiva per le sorti della nostra Patria e di conseguenza anche per la nostra parrocchia.
L’Asilo, iniziato nel 1943 e sospeso a causa della guerra, fu completato tra il 1946 e il ’49, dapprima nelle aule e in seguito nella Cappella, nell’abitazione delle suore, del refettorio e sale di lavoro.
All’inizio le Religiose che accettarono di servire la Scuola Materna Parrocchiale furono le Salesie. Ben presto queste religiose furono sostituite dalle Suore Elisabettine che prolungarono la loro presenza fino al 2002. Poi giungono Suore del Sacro Cuore (sede via Belzoni), fino al 2012.

 

 

 

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